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Un «bel diario», secondo la definizione di Italo Calvino.
Le vicende narrate da Giovambattista Lazagna (Carlo) in Ponte Rotto, pubblicato per la prima volta nel 1946 si inquadrano nel contesto degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, dall'8 settembre 1943 in poi, e si riferiscono in particolare agli esordi, agli sviluppi, ai successi militari e politici e alla conclusiva smobilitazione da parte degli alleati anglo-americani delle formazioni partigiane che combatterono in quegli anni nel territorio della sesta zona operativa Liguria, compresa grossomodo tra Genova, Chiavari, Bobbio e Tortona. Come ricorda Erasmo Marrè (Minetto) nella prefazione, il libro viene definito da Italo Calvino «un bel diario». Un diario, tuttavia, si occupa di solito in primo luogo delle faccende personali di chi lo redige, e ne fa il protagonista di narrazioni che ruotano soprattutto attorno alle questioni che lo riguardano direttamente. Il caso del testo di Lazagna è completamente diverso: l'uso della prima persona si limita infatti a circostanze eccezionali, e non prende mai il sopravvento sull'esigenza di descrivere innanzitutto l'aspetto collettivo dell'esperienza partigiana. Colpisce innanzitutto, nelle pagine iniziali, la descrizione delle condizioni di vita dei protagonisti. Si racconta infatti di sparuti gruppeti di uomini male armati che si nascondono in rifugi di fortuna e sono costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di castagne, castagnaccio, nocciole e frutti di bosco. I pasti completi sono rari, e spesso vengono consumati frettolosamente a causa di improvvisi cambiamenti di programma. I contatti con gli alleati, che intanto risalgono la penisola, sono evanescenti e sporadici, e i lanci di materiale bellico promessi da Radio Londra si verificano sempre, quando si verificano, in circostanze rocambolesche. I partigiani, ansiosi di entrare in azione, sono invece costretti dai rapporti di forze e dall'armamento inadeguato a lunghe ed estenuanti marce da un rifugio all'altro per sfuggire il confronto diretto con il nemico. Spesso dormono all'addiaccio, e scarpe e vestiti costituiscono un problema di vitale importanza. In queste condizioni di estrema penuria prende corpo l'etica solidaristica che per Lazagna costituisce il fondamento di tutta l'esperienza partigiana, e che l'accompagnerà anche nelle fasi successive della lotta, quando le mutate condizioni politico-militari consentiranno alle formazioni partigiane di colmare il vuoto di potere lasciato dalle evanescenti istituzioni della Repubblica di Salò, sostituendole con un'amministrazione libera che tuteli gli interessi della popolazione. Verranno poste così le fondamenta di un vero e proprio stato partigiano, le cui autorità prenderanno iniziative decisamente innovatrici in tutti i campi della vita sociale, dalla gestione delle risorse alimentari fino alla stesura di nuovi programmi scolastici. Nel contesto di un conflitto cruento e sanguinoso nascerà quindi, come scrive il Lazagna, “il nostro stato […]. E' sorto così, per nostra volontà, con le nostre armi. Centinaia di sentinelle stanno ora vigilando su questa terra, che è libera come un'isola in un mare di oppressione e di violenza.” Da una situazione iniziale nella quale il contesto dei rapporti sociali si delinea attraverso la condivisione di una vita di sofferenze, di ristrettezze, di fame e di lotta si arriva dunque, tramite la ferrea disciplina del celebre “codice di Cichero”, ad una formula di convivenza civile che ancor oggi, senza alcuna retorica, può essere additata ad esempio per le nuove generazioni. La giovane età dell'autore (che all'epoca della stesura del libro aveva poco più di vent'anni) si riflette nella generosità dei suoi ideali e nella visione del mondo semplice e lineare che ne trae alimento. Il rigore stesso che regola la vita delle formazioni partigiane sembra scandire il ritmo severo della sua prosa, risolvendolo in un periodare essenziale e scarno che fotografa con precisione certosina le circostanze più disparate. Sotto il diaframma di queste qualità stilistiche si coglie la volontà di consegnare alla memoria l'eredità di una tragica esperienza imposta dalla storia, dando il dovuto risalto alle opportunità di crescita e di maturazione che essa ha fornito a tutti coloro che vi presero parte. Non meraviglia pertanto constatare, nelle pagine finali del libro, quando l'autore descrive l'esito conclusivo di questa esperienza e di questo impegno, una nota di profonda amarezza nelle sue parole. Le formazioni partigiane avevano contribuito allo sforzo bellico col sangue e con i sacrifici di migliaia di combattenti, conquistando nel corso del conflitto il riconoscimento tanto del nemico tedesco, col quale trattavano ormai da pari a pari, quanto degli alleati, che cominciarono a paracadutare nelle zone libere numerosi agenti che avevano il compito di entrare in contatto operativo con i partigiani. I lanci di materiale bellico, poi, divennero sempre più frequenti, al punto che la possibilità di sfoggiare divise americane accrebbe la reputazione dei partigiani fra la popolazione. Con la fine della guerra, però, come è noto, le formazioni partigiane furono smobilitate, e le armi sequestrate. Si esaurirono così gli esperimenti di auto-governo che le armi avevano instaurato e difeso, e ad essi si sostituirono le armi e le istituzioni di quella Repubblica Italiana che negli anni '70 avrebbe inflitto a Giovan Battista Lazagna, veterano della Resistenza e medaglia d'oro al valor militare, la dolorosa esperienza del carcere e del confino. Se nelle nuove condizioni non era più possibile difendere l'esperienza partigiana imbracciando il fucile, non restava che affidarne l'eredità alla memoria del popolo. Il libro di Lazagna assolve questo compito con grande efficacia. Lettera dell'autore La prima edizione in mille copie di Ponte rotto fu finita di stampare il 28 febbraio 1946, con la prefazione di Giovanni Serbandini (Bini) e la copertina del pittore partigiano Renato Cenni, col patrocinio dell'allora settimanale «Il Partigiano» stampato a Genova fino al 1947, in continuazione dell'omonimo giornale stampato a Bobbio clandestinamente dal 1° agosto 1944 al 21 aprile 1945. L'idea di scrivere questo libro fu di Fiammetta Sforza (figlia del Ministro degli Esteri Carlo Sforza) che si proponeva, insieme al fidanzato Howard Scott, di pubblicarlo in Gran Bretagna, allo scopo di far conoscere il movimento partigiano italiano, allora pressoché sconosciuto, contrariamente ad altri movimenti come quello jugoslavo, greco o francese. Fiammetta, era stata presentata ai miei genitori da mia nonna Diana che viveva a Roma, ed aveva vissuto per un paio di mesi nella nostra casa di Genova, saccheggiata dalle Brigate nere, dove la mia famiglia aveva potuto riunirsi dopo due anni di peripezie, che avevano condotto mio padre e mia sorella Anna nel movimento partigiano, mia madre nel carcere di Marassi, e mia sorella Francesca prigioniera alla «casa dello studente». Iniziai quindi a scrivere nel giugno 1945, senza fare particolari ricerche, basandomi sui racconti orali di chi mi aveva preceduto nell'esperienza antifascista e partigiana, sulle carte del comando della Pinan, che erano nell'ufficio stralcio di Serravalle, e per la cronologia, soprattutto su un taccuino in cui avevo segnato giorno per giorno le spese da me effettuate in qualità di «commissario» dei diversi reparti partigiani ai quali avevo appartenuto. Appena ultimato un capitolo, lo passavo a Fiammetta che lo traduceva in inglese (cinque di questi primi capitoli sono stati da me depositati alcuni anni or sono all'Istituto Storico della resistenza di Alessandria, insieme al manoscritto di tutto il mio lavoro). Avevo ultimato il mio lavoro a fine settembre del '45, quando Fiammetta mi comunicò che il progetto di pubblicazione in Inghilterra doveva considerarsi tramontato per varie ragioni. Mi ritrovavo così ad aver lavorato inutilmente per qualche mese, rubando tempo al mio lavoro di redattore della edizione genovese de «l'Unità» dove ero stato assunto il 28 aprile 1945 ed ero rimasto per tre mesi, e al mio lavoro di studente, ripreso con il primo esame di giurisprudenza nel maggio '45 e terminato poi con la laurea a fine 1947, con una tesi sul Diritto di resistenza ai pubblici poteri nel progetto della nuova Costituzione repubblicana, per la quale avevo avuto un decisivo aiuto da Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea Costituente. Così nell'ottobre del '45, non ancora ventiduenne, con i miei interessi tutti proiettati al futuro (politica, ultimazione degli studi universitari, scelte di lavoro e di vita), mi trovavo desideroso di archiviare il passato partigiano, chiudendo una fase della mia vita. La pubblicazione del mio racconto partigiano era sentita appunto come l'ultimo dovere verso i miei compagni caduti (sul tavolo di lavoro tenevo i ritratti di Giacomo Buranello e di Bisagno, incollati su un cartone) e verso tutti quelli anonimi che avevano corso rischi e sopportato sacrifici pensando a un avvenire che gli avvenimenti stavano rapidamente liquidando. Rileggendo attentamente il mio scritto dopo oltre cinquant'anni, allo scopo di preparare questa ultima edizione, mi ha colpito la evidente fretta con la quale avevo consegnato al tipografo (Cremaschi, direttore della Cooperativa Antonio Gramsci) il mio manoscritto per una parte come racconto in terza persona, e per l'altra come testimonianza in prima persona con evidentissimi errori di scrittura e di sintassi, ormai pressoché irreparabili. Ma, ripensandoci, fu forse proprio questo difetto l'elemento decisivo dell'indubbio successo del mio lavoro, che servì a chi, dopo di me, scrisse di argomento partigiano. Così Luigi Longo (Un popolo alla macchia, Mondadori, Milano, 1947), inserì nel suo testo parecchi passi di Ponte Rotto (nelle sue pagine 42, 319, 395 e 451) mentre gli storici, da Roberto Battaglia a Claudio Pavone, utilizzano Ponte Rotto citandolo ampiamente. A metà degli anni '60 «Il Novese» organo del pci di Novi Ligure realizza tre edizioni di Ponte Rotto di mille copie ciascuna, tra le quali una edizione illustrata da foto ricavate dal filmato di Don Pollarolo (depositato presso l'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino). La indesiderata pubblicità sul mio nome nel 1972 e nel 1974 (incarcerazione in occasione del processo «Feltrinelli» a Milano e del processo «Brigate rosse» a Torino) e la campagna politica condotta per la mia liberazione dalle forze della «nuova sinistra», sono occasione per due nuove edizioni di cinquemila copie ciascuna, a cura del Soccorso Rosso diretto da Franca Rame e Dario Fo, che vengono distribuite con «diffusione militante» in tutta Italia. Non posso ovviamente fare oggi previsioni sull'esito della coraggiosa iniziativa della cooperativa Colibrì di pubblicare oggi, nel cinquantenario della prima, una settima edizione di Ponte Rotto. Per mia fortuna oggi, ultrasettantenne, sono potuto tornare nell'anonimato, e sono conosciuto da poche persone amiche che apprezzano le mie ormai ventennali attività di boscaiolo, ortolano e cercatore di funghi. Coi pochi sopravvissuti della stagione partigiana ci riuniamo soltanto in occasione di qualche pranzo commemorativo, dove più importante è il pranzo che la commemorazione. Tuttavia, l'osceno revisionismo storico che percorre in questi ultimi anni l'Europa e le fastidiose velleità di rialzare la cresta di qualche gerarchetto «post-fascista» uscito dai ghetti di alcune sacrestie e di alcuni servizi segreti, dove sono stati riciclati insieme a partigiani rinnegati di «gladio» e dintorni, potranno forse stimolare il ritorno alla lettura delle testimonianze di un'epoca che sarebbe bello poter dimenticare. Giugno 1996 G.B. Lazagna Nota editoriale Questa ottava edizione di Ponte Rotto, la prima dopo la scomparsa di Giambattista Lazagna, è una riproposizione integrale di quella del 1996, curata da Anna Leoni sotto la supervisione dell'Autore stesso Confermiamo la scelta, fatta allora, di non intervenire sul testo originale del '46, se non per alcune piccole modifiche, mantenendo le peculiarità linguistiche che caratterizzano la scrittura del giovane Lazagna, influenzata da un lungo soggiorno in Francia e dalla spontaneità dei suoi vent'anni. Questa scelta è volta, soprattutto, a mantenere inalterate la freschezza e l'immediatezza della testimonianza diretta dell'Autore sull'esperienza della lotta e della vita partigiana. Infatti, quanto più Ponte Rotto conserva il suo spirito originario tanto più contribuisce ad avvicinare le generazioni successive al significato profondo della Resistenza. La fedeltà al testo originale ci sembra ancora più doverosa alla luce delle manipolazioni e delle censure cui viene sottoposta la storia di quegli anni. Quello che si rimprovera all'esperienza partigiana, e a nostro avviso non le verrà mai perdonato, è il fatto di essere stata espressione di un moto popolare spontaneo e cosciente, fondato sul retaggio di vent'anni di opposizione al fascismo e sorto in ogni ambito della società, dalle fabbriche fino alle caserme, che è giunto a sperimentare in Italia, nelle zone liberate e amministrate dai partigiani e dalle popolazioni locali, le prime forme di democrazia diretta. In nota sono state inserite alcune precisazioni che riguardano circostanze in cui la versione originale di Ponte Rotto è stata rettificata da documenti e testimonianze successivi, tanto da parte dell'Autore stesso (cfr. G.B. Lazagna, Rocchetta Val Borbera e Val Curone nella guerra, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2000), quanto da parte di altri protagonisti delle vicende narrate. Si rivolge un ringraziamento particolare all'Istituto Storico per la Resistenza di Alessandria e all'Archivio Cinematografico della Resistenza di Torino Piero Gobetti per il materiale e la collaborazione offerti. |
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| indice del volume |
Lettera dell'Autore
Prefazione di Erasmo Marrè (Minetto)
Ricordo di Aurelio Ferrando «Scrivia» Caduti della Divisione «Pinan-Cichero» Partigiani della Divisione «Pinan-Cichero» |
| l'autore |
Giambattista Lazagna nato a Genova il 15 dicembre 1923, iscritto nel 1942 al P.C.I. come membro della cellula universitaria, sale in montagna a Cichero nell'aprile del 1944. Alla fine della guerra è Vice Comandante della Divisione Partigiana "Pinan-Cichero". Il 25 aprile del 1945, riceve e controfirma l'atto di resa della guarnigione tedesca di Tortona.
Decorato di medaglia d'argento al valor militare per il contributo dato alla lotta partigiana. Nell'immediato dopoguerra lavora per qualche mese all'edizione genovese dell'Unità, scrive in quel periodo Ponte Rotto. Collabora inoltre al settimanale «Il partigiano», in particolare alla breve storia dell'insurrezione di Genova, pubblicata nel 1947. Si laurea a Genova in Giurisprudenza nel 1947 con una tesi su "Diritto Costituzionale sulla nuova Costituzione repubblicana", nella formulazione del suo lavoro era stato seguito e aiutato da Umberto Terracini, deputato e Presidente dell'Assemblea Costituente, che aveva messo a sua disposizione tutti gli atti e i verbali delle sedute della Costituente. È attivo testimone e protagonista della vita politica della sua città, animatore e segretario del "Comitato di Solidarietà Democratica ligure" (1949-56) per la difesa dei diritti politici e sindacali dei partigiani e dei lavoratori perseguitati negli anni di Scelba, segretario di sezione del P.C.I. dal 1947 al 1951, dirigente della Federazione comunista genovese fino al 1964, consigliere provinciale di Genova (1960-64) e consigliere comunale di Novi Ligure (1966-71). Coopera attivamente alla fondazione della Federazione Italiana Lavoratori del Mare (1958 e segg.) e all'azione per la riforma del Codice della Navigazione per la tutela del lavoro marittimo. Avvocato della Camera del Lavoro di Genova e consulente centrale dell'I.N.C.A. (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza). È detenuto a Milano (marzo-agosto 1972) e Fossano (Cuneo) (ottobre 1974-ottobre 1975) con l'accusa di partecipazione a banda armata (Feltrinelli e Brigate Rosse). Nel 1974, mentre è in carcere a Fossano, conosce Giovanni Pircher e contribuisce alla sua liberazione con il libro Il caso del partigiano Pircher. Studio sulla vicenda di Pircher e dei partigiani di lingua tedesca, La Pietra, 1975. Nel 1974 pubblica il libro Carcere, repressione, lotta di classe, edito da Feltrinelli. Ricopre la carica di Presidente dell'A.N.P.I. di Novi Ligure (1967-1972) e dell'A.N.P.I. Valborbera (1984-1992). Dal 1975 al 1981, vive al confino a Rocchetta Ligure e a Urbino, dove negli anni 1976-77 è incaricato di Filosofia del Diritto all'Università. Trascorre i suoi ultimi anni tra Genova e Rocchetta Ligure, dedicandosi allo studio della storia partigiana. Muore il 22 gennaio 2003 e viene sepolto a Rocchetta Ligure. |